Per farla breve, quel ferragosto io ero come al solito in città e i miei in Calabria.
Dopo le ultime despedite , la direzione aveva approvato l'installazione di una piscina.
Una di quelle ‘esterne' con un un accesso superagevole per i diversamente abili e l'acqua che arriva al massimo alla vita.
“Diventerà un piasciatoio” aveva sentenziato Peppino, il tuttofare della struttura. E in effetti, il mio daffare per mettere e togliere pannoloni, quell'estate, si era ridotto, mentre le dosi di cloro erano progressivamente aumentate.
Con gli ospiti ero gentile e sollecita. La verità è che mi piacevano i vecchi. Tra tutti, la contessa - come l'aveva soprannominata il dottore - era la mia preferita.
Se ne stava sulle sue, parlava poco.
Avrebbe letto se la vista fosse stata buona come un tempo. Così, quando finivo il turno, sapendo che a casa ad aspettarmi avrei trovato il frigo semivuoto e un lavoro a maglia iniziato l'anno prima, mi attardavo con lei, leggendole qualche passo delle sue storie preferite.
Quando faceva piu' fresco, passeggiavamo nel viale del parco, allungandoci fino al boschetto. Quanto alla piscina, ero certa che morisse dalla voglia di provarla, con quel caldo, poi…
Me lo aveva fatto capire raccontandomi di quando, da giovane, l'avessero spesso scambiata per Esther Williams.
Fu così che la convinsi, uno dei pomeriggi in cui restai con lei. Le infilai una bella cuffia, e pazienza se il costume non ce l'aveva, il body contenitivo sarebbe andato benissimo. L'acqua non era mai troppo fredda, e avevo il termometro a portata di mano.
L'accompagnai dolcemente.
Le due gabbiette erano una difronte all'altra, il mio cardellino fischiava allegro.
Il canarino di mio fratello, invece, era infelice. Lo sapevo.
Non rosicchiava l'osso di seppia che gli avevo infilato tra le sbarre, non provava neppure a sgranocchiare la pasta per bambole che avevo lasciato scivolare nella mangiatoia.
Mi sarebbe toccato imboccarlo come il Cicciobello.
Aprii la porticina a molla della gabbia afferrandolo delicatamente, provai a fargli cadere nel becco qualche granello di pastina. Sentii il cuore battergli forte. Sarei stata la sua mamma.
“Piccolo - dissi ad alta voce – ora è il momento del bagnetto”.
Non tremavi, non ti dibattevi. Te ne stavi buono buono, mentre ti spiegavo come si fa a nuotare sott'acqua.
La tua prima vasca, Giallino. E l'ultima.
Anche la contessa si lasciava guidare. Come me, qui dentro, non la conosceva nessuno.
“Provi, provi l'apnea” le dico, mentre le tengo la testa sotto per appena qualche secondo. Anche lei è felice.
Il canarino di mio fratello se ne sta duro, con le zampette in aria. “Bravo - gli faccio- adesso è l'ora del riposino”. E scappo a prendere la copertina di Barbie in camera mia.
La contessa, invece, sale a galla.
Come se qualcuno l'avesse spinta dal basso. Con urgenza, come uno gnocco di patate al punto di cottura.
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